QUALCHE
GIORNATA CON I BAMBINI DI CHERNOBYLL
di Massimo Mondini Qualche tempo fa ha attirato la mia attenzione. un articolo molto interessante, sulla rivista "Emergency", nel quale un dentista italiano, reduce da un periodo di volontariato nell'ex Yugoslavia, raccontava la sua esperienza: ciò che lo colpì maggiormente fu la differenza di mentalità dai bambini serbi rispetto a quelli italiani. I bambini serbi, avendo male a un dente, venivano portati in una tenda da campo dal dentista, il quale gli praticava le cure necessarie e questi se ne uscivano tutti contenti magari mostrando orgogliosi il dentino nuovo ai compagni di giochi tra le macerie, i bambini italiani invece, nella calma e tranquillità del suo studio in centro, piangevano disperati inventandosi capricci di ogni sorta e i genitori si sbilanciavano in promesse sfavillanti, tipo l'ultimo modello di videogioco o altro se si fossero lasciati visitare. Si chiedeva il bravo dentista:- ma come stiamo tirando su i nostri figli?-. L'esperienza che mi è capitata è più o meno simile: non mi sono esposto a pericoli o disagi poiché ho operato in Italia; Legambiente mi ha dato la splendida opportunità di lavorare con i bambini di Chernobyll che l'associazione ha ospitato per tutto un mese sulle colline parmensi. Era un gruppo eterogeneo, comprendeva bambini Bielorussi e Italiani. Non è stato difficile distinguere la loro provenienza anche senza sentirli parlare: tra i primi si potevano notare problemi fisici legati a carenze nutritive, carenze di supporto famigliare, di assistenza sanitaria adeguata ecc. tra i secondi spiccavano le manifestazioni di eccessi alimentari e atteggiamenti poco socievoli. Sarebbe stato facile prendere in simpatia i bambini Bielorussi, che ti ringraziavano infinitamente per una mela e sentirsi distanti dai bambini Italiani, alcuni dei quali si mostravano rotti a tutte le esperienze, annoiati dal cavallo e dalla canoa per non parlare della piscina. No, saranno viziati e, alcuni, antipatici ma non sono sfacciatamente fortunati rispetto ai Bielorussi; hanno gli sguardi carichi d'ansia di che deve per forza "apparire" in un determinato modo, hanno i corpi troppo estranei al loro essere bambini (non hanno nemmeno le ginocchia sbucciate!) sono figli delle incertezze della nostra epoca e ne portano addosso visibilmente i segni. Tra gli scopi del soggiorno a carattere residenziale vi era anche quello dell'integrazione, perciò, sul campo, volevo accomunare questi bambini in base alle loro profonde uguaglianze più che lasciare emergere le differenze. Come sempre la base del mio lavoro consiste nel far riemergere le abilità primitive dell'individuo e del gruppo e queste sono patrimonio comune a tutta l'umanità, indipendentemente dal luogo di provenienza. "Il movimento arcaico non si insegna" sostengo spesso che chi conduce il gruppo debba insegnare meno possibile. Se vogliamo che il gesto esprima le sue qualità prototipiche l'istruttore deve infatti "inquinare" meno possibile con spiegazioni siano esse verbali, visive o corporee. L'importanza di questo concetto si manifesta con ancor più evidenza quando il gruppo è costituito da bambini; essi infatti riescono a ripristinare con maggior facilità la loro abilità naturale al movimento e, per contro, tendono a subire ancora più negativamente un "eccesso" di tentativi di comunicazione. Poche spiegazioni, qualche pretesto e poi il gioco. Giochiamo alla lotta, tutti, grandi e piccoli, maschi e femmine qualcuno, succede sempre, sta in disparte, non partecipa, osserva cercando di dissimulare l'eventuale interesse. Non richiedo mai la partecipazione di tutto il gruppo, lascio che essa avvenga spontaneamente una volta che il bambino ha notato che gli altri si divertono e che non c'è da farsi male, come forse tante volte gli hanno detto i genitori. Due o tre proprio sembrano non sentirsela, allora, con una scusa, incomincio a "insegnare" qualche movimento differente, che implica meno contatto fisico, a un'educatrice, come se non li considerassi per niente, quindi si avvicinano imitando i gesti e chiedendo spiegazioni. L'avventura comincia anche per loro e , presto o tardi, recupereranno la gioia del contatto. La giornata volge al termine, le cose che abbiamo fatto sono "strane": non c'è modo di vincere o perdere, ognuno si muove a modo suo, non deve imparare niente né tantomeno dimostrare qualcosa. I ragazzi hanno recepito il messaggio e sembrano elaborare l'esperienza ognuno per conto suo, anche se stanno giocando tutti assieme. Dopo alcune ore, nelle quali ci siamo rotolati per terra e rialzati un'infinità di volte, abbiamo mosso ogni muscolo del nostro corpo, abbiamo maneggiato i corpi di tutti gli altri e abbiamo respirato in tutte le posizioni possibili ci incamminiamo verso casa. I gruppi si sono integrati: hanno infatti comunicato su basi comuni, sulla corporeità e sul il divertimento primordiale, non vi era spazio per lasciar emergere le differenze culturali, sociali ed economiche (per non parlare di quelle linguistiche). Il lavoro fisico è stato "completo" e ciò agevolerà i processi "di ricambio" di cui i Bielorussi hanno bisogno. I giorni seguenti si sono notati ancora di più gli effetti del lavoro svolto: i bambini continuavano spontaneamente, in ogni momento della giornata a sperimentare la loro corporeità, attraverso salti, ruote e capriole fino alla sessione successiva. Un episodio che mi ha fatto ulteriormente riflettere è avvenuto proprio durante il primo incontro quando uno dei bimbi Italiani, che non poteva avere più di nove anni, mi ha confidato, con un a proprietà di linguaggio da adulto colto, che i suoi genitori gli stanno facendo seguire un corso di Yoga "per ridurre l'ansietà e gli effetti dello stress" e che pur piacendogli molto "non riesce ancora a fondersi completamente col proprio corpo" genitori illuminati ma purtroppo niente ginocchia sbucciate. |