Nuove idee sulla prevenzione e il recupero degli infortuni
Vantaggi del MA nel potenziamento delle funzionalità degli arti inferiori
MA e riabilitazione globale: un approccio sistemico
Migliorare il riposo e il recupero
Effetti del cannottaggio sulla schiena
Psicofarmaci
Svezzare
Nutrirsi
Emissione Vocale
Stress: si può e si deve combattere
Sogni
Camminare
Standard e aspettative
Discorsi sul benessere
Qualche giornata con i bambibi di Chernobyl
Le mode del mondo del Fitness
Elementi di pedagogia primitiva
L'apprendimento
Pensiero primitivo e handicap
Vita primitiva: Homo Homini Homo

LE POTENZIALITA' DEL MONDO DELL'HANDICAP
di Massimo Mondini

In quel periodo ero solito lavorare con atleti degli sport più diversi, in particolare avevo appena terminato un corso di specializzazione per istruttori di arti marziali, durante il quale erano state approfondite le tematiche relative all'espressione del massimo potenziale atletico nell'ambito del combattimento corpo a corpo, comunque ero solito confrontarmi con persone molto evolute da un punto di vista della prestazione atletica e questo rese la mia esperienza probabilmente ancora più incisiva. Un'esperienza che mi fece entrare in contatto con persone che mi hanno insegnato veramente tanto sulle problematiche del rapporto col corpo tipiche della nostra cultura, persone che hanno completato la mia formazione più di quanto potesse fare un qualunque corso di specializzazione, persone che, quando si parla di loro, finiscono in un assurdo "calderone semantico", un etichetta impropria anche se molto utilizzata: i portatori di handicap.
Il mio primo contatto avvenne in piscina: prima di iniziare ero tranquillo; in acqua infatti mi sento a mio agio ed ho sempre ritenuto l'acquaticità uno dei modi più interessanti per scoprire le potenzialità del proprio organismo. Mi venne affidato Marco, un bambini di circa tre anni con un grado di spasticità molto grave, tale da essere, tra le mie braccia, completamente rigido e contratto (probabilmente anche a causa dell'ambiente ostile). Ben presto mi resi conto che i miei zelanti tentativi di farlo rilassare, di ampliare l'escursione articolare, insomma di ottenere un qualunque risultato si rivelavano totalmente fallimentari. Dopo circa una mezz'ora mi ritrovai ad aver sperimentato tutte le tecniche e gli approcci che ci avevano insegnato al corso, inoltre ritenevo di scarso utilizzo la mia esperienza in Programmazione Neurolinguistica perché il bimbo non dava segno di prestare attenzione al linguaggio… insomma caddi nello sconforto.

Un istruttore anziano, probabilmente impietosito dagli esiti del mio esordio, mi si avvicinò e , con calma, ridimensionò completamente la mia visione del problema: mi disse infatti che in quest'ambiente risultati anche minimi sono già apprezzabili e che spesso occorrono mesi per ratificarne qualcuno. Tutto ciò non mi rallegrò, anzi era deprimente pensare che un bimbo in una tale condizione dovesse necessariamente intraprendere un cammino così lungo e, a tratti, frustrante prima di poter imparare qualcosa di rilevante. La sera, a casa, cercai nei testi di Feldenkrais di Erickson e di Bandler qualche suggerimento, o per lo meno, l'ispirazione. Trovai molti più spunti di quanti ne cercavo.

Il sabato dopo, in piscina, feci prima di tutto un lavoro preparatorio su me stesso, ribaltai completamente la percezione che avevo del mio corpo, cercando di trasformarlo in uno "strumento di percezione" aprii più possibile i miei canali sensoriali, al fine di poter recepire ogni mutamento da parte di Marco: il colore della pelle, la tensione muscolare, il ritmo del respiro e mille altri segnali che potevano indicarmi se stavo procedendo nella direzione giusta. Nella direzione giusta per dove? Anche su questo aspetto modificai completamente il mio punto di vista: non volevo impormi l'ottenimento di un risultato e cercare di guidare Marco in quel senso; avevo capito che dovevo lasciare agire gli stimoli cenestesici che percepiva e dovevo far sì che la sua intelligenza organica iniziasse a gestire tutti i cambiamenti ottenuti trovando da sé quella che poteva essere la risposta motoria migliore.

Ogni cambiamento è un risultato, sostengono i grandi della terapia, inoltre, in uno schema motorio così "sacrificato", ogni piccolo cambiamento significa la possibilità di aprire le porte verso un miglioramento che inizialmente poteva anche essere fuori da ogni previsione era nemmeno da prendersi in considerazione (come si sa; da cosa nasce cosa). Insomma, in breve tempo provai a far fare a tutti i "portatori di handicap" tutti i tipi di esercizi che riuscivano a fare (o meglio: che la mia mente concepiva che loro potessero fare) senza preoccuparmi di dove si andava a parare. I risultati mi hanno incoraggiato a proseguire su questa strada, o meglio non strada anche per quanto riguardava il lavoro a secco, la ginnastica ove però mancava il prezioso aiuto dell'elemento liquido e dell'incredibile somma di benefici stimoli che esso apporta.