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PSICOFARMACI
di Massimo Mondini

La redazione di Alice mi ha chiesto di esprimere un parere sulla crescente diffusione dei farmaci ad azione psichica: l'argomento è delicato, controverso e difficile. Parlare di psicofarmaci vuol dire addentrarsi nel complesso mondo della medicina e della farmacologia, vuol dire anche andare a suscitare reazioni forti, scontrarsi con pareri personali spesso molto radicati e radicali. Come è facile intuire, la persona che sta assumendo farmaci, prescritti o meno dal medico, è una persona che sta attraversando un momento di difficoltà e, come tale, esposta e vulnerabile al giudizio degli altri; pertanto credo sia giusto che nessuno interferisca col suo processo privato tranne che il medico curante. Non entrerò nel discorso psicofarmaci in termini di efficacia, controindicazioni, effetti collaterali, business, possibili alternative, ecc. Le correnti di pensiero, anche nel mondo della medicina ufficiale, non sono unite; spesso nascono forti contrasti tra strutture sanitarie che si identificano in differenti orientamenti. Nell'ambiente dei non addetti le opinioni sono spesso inficiate da pregiudizi o da esperienze indirette episodiche di carattere aneddotico e mancano, almeno ai più, l'informazione e la formazione necessarie per sviluppare con fondatezza un giudizio indipendente. Come quasi sempre accade ogni teoria può essere contraddetta e ogni presa di posizione dimostra punti forti e punti deboli: pertanto, ai fini di non entrare nel solito schema della polemica e delle contrapposizioni, che spesso non porta a risultati veramente apprezzabili, vorrei proporre al lettore, una sorta di "redifinizione" epistemologica e soprattutto semantica di ciò che concerne l'interazione tra equilibrio chimico cerebrale, farmaco e psiche. Dovendo limitare l'estensione di questo scritto alle normali dimensioni di un articolo, si rendono necessarie scelte contenutistiche ben precise: in particolare vorrei evidenziare come la scelta e l'applicazione di un unico modello di percezione della realtà, per quanto preciso e "scientificamente dimostrabile" possa essere, possa condizionare così decisamente parte della comunità umana che lo applica da impedire la visione del problema nel complesso e quindi da lasciar sì che molte caratteristiche dello stesso ed eventuali soluzioni passino del tutto inosservate.
E' idea condivisa, tra la maggior parte delle correnti psichiatriche, che il nostro stato di equilibrio (o di squilibrio) chimico generi la nostra ontologia. Tale presupposto implica e sottintende che ciò avvenga in maniera totale ed esclusiva, indipendentemente dalla strutturazione delle nostre esperienze soggettive.
Questo modello è strutturato dai seguenti passaggi:

a) I trasmettitori Neuro-chimici attivano il succedente insieme di neuroni attraversando lo spazio sinaptico
b) Quando tali neuroni sono attivati si verifica la condizione nota come "depressione" conosciuta anche come "distimia" o "Neurosi depressiva"
c) Se si riesce a bloccare il rilascio dei trasmettitori, o il passaggio degli stessi attraverso lo strato sinaptico, allora non si verificherà lo stato di depressione.

E' giusto precisare che, per amor di leggibilità, ho semplificato un po' il discorso ma la struttura è comunque quella esposta. Non sembrano passaggi estremamente aristotelici?
Consideriamo poi che la distimia si può rivelare attraverso un insieme di sintomi abbastanza variegato :
· Insonnia o eccesso di sonno
· Perdita di appetito o eccesso dello stesso
· Bassi livelli di energia e facilità all'affaticamento
· Difficoltà di concentrazione
· Scarsa "autostima"
· Sentimenti di indecisione, disperazione, ecc
· Ripetizione continua di pensieri negativi
· Debolezza organica

Tali sintomi dipendono linearmente e strettamente dalla depressione e quindi dai neurotrasmettitori? E' veramente un legame esclusivo di causa-effetto? Cambierebbe la nostra percezione del problema se iniziassimo a valutare tutti questi elementi in relazione sistemica o dipende tutto esclusivamente dallo squilibrio chimico?
Un modello analogo è attualmente impiegato per la "spiegazione" della schizofrenia: dopo la teoria serotoninica, abbandonata in seguito a studi sugli stati allucinatori indotti da sostanze chimiche, si sviluppò la teoria dopaminica: venne evidenziata la relazione tra la capacità dei farmaci antipsicotici di bloccare i ricettori della dopamina e la loro efficacia nell'alleviare la schizofrenia. I farmaci si legano ai ricettori dopaminici, in maniera tale da impedire a questi di innescare la normale risposta fisiologica che si avrebbe quando attivati dalla dopamina.

Una vasta serie di studi successivi ha criticato questa teoria sotto numerosi punti di vista. Sono stati scoperti più tipi di ricettori dopaminici, sono stati evidenziati reazioni molto differenti, è stata inoltre riscontrata una grande eterogeneità nella popolazione degli schizofrenici il che non ha certo facilitato la avanzamento lineare delle ricerche. La "sintomatologia" della schizofrenie è anch'essa piuttosto variegata:
· deliri ed allucinazioni
· inadeguato adattamento al lavoro
· isolamento sociale
· cattiva igiene personale
· comportamento bizzarro
· pochi legami affettivi
· disturbi nella comunicazione (uso di parole inesistenti e sintassi confusa)
· grave mancanza di abilità relazionale
· mancanza di risposte emotive
· mancanza di abilità comunicativa
Può tutto questo dipendere esclusivamente da uno squilibrio chimico?

L'equilibrio chimico ha sicuramente una grande rilevanza sul nostro umore e sul nostro comportamento; tutti abbiamo sperimentato in qualche modo delle alterazioni dell'equilibrio chimico cerebrale e siamo sopravvissuti: esistono tantissimi fattori, o contesti, che fanno sì che entriamo in uno stato di squilibrio chimico cerebrale. Tra i più frequenti ricordiamo: l'utilizzo di sostanze neuro o psico attive (dalla caffeina all'alcol, dai tranquillanti ai cannabinoidi); la febbre; l'eccitazione sessuale; la sindrome di lotta o fuga; partecipare a situazioni collettive eccitanti come incontri sportivi o concerti ecc. Potremmo anche dire che la possibilità di esperire lo squilibrio chimico cerebrale contribuisce decisamente alle possibilità di sopravvivenza della nostra specie. Se contestualizziamo il tutto, considerando il fatto che viviamo in un mondo nel quale le nostre azioni hanno solitamente ripercussioni su gli altri, appare evidente quanto sia indispensabile l'abilità mentale, tipica dell'essere umano, di andare in "metaposizione" rispetto ai propri stati (chimici ed emozionali) cioè il sapersi "dominare" o meglio, l'abilità di adottare comportamenti funzionali e adatti al contesto nel quale siamo. Non necessariamente uno stato di eccitazione sessuale (sintomo di salute e vitalità) porta a saltare addosso alla prima persona che incontriamo per strada così come l'essere arrabbiati non necessariamente ci fa picchiare l'oggetto della nostra ira, per quanto un forte impulso generi uno squilibrio chimico deciso nel nostro cervello. Sulla base di questa premessa possiamo iniziare a concepire l'alternanza degli stati chimici del nostro sistema non più come un ineluttabile problema ma come una potente risorsa per aumentare il nostro benessere e le nostre abilità; chiaramente tutti gli strumenti potenti necessitano di un'adeguata calibrazione affinché la loro azione non ecceda per intensità o estensione.
Secondo la lettura di alcuni psichiatri statunitensi, ed anche secondo molti psicoterapeuti europei di formazione junghiana o di orientamento "psicosomatico", gli stati definiti come depressione, schizofrenia e anche altre nevrosi e psicosi, sarebbero in realtà non delle patologie ma degli stati di risorsa, e quindi positivi; delle forme di adattamento del nostro sistema al contesto ed alle richieste energetiche e comportamentali che emergono dalla relazione tra il nostro organismo e l'ambiente. Come la stanchezza muscolare ci suggerisce di fermarci perché la nostra resistenza si sta per esaurire, la distimia può essere l'estremo tentativo del nostro organismo per indicarci uno stato di grande stanchezza della mente, del sistema nervoso ecc. Stanchezza di provare così tanti stati negativi (ansietà, paura, preoccupazione, noia, ecc) e così pochi positivi come la gioia, l'amore profondo, ecc. Una risposta organica ad un problema fondamentalmente esistenziale? Perché no?
Ciò non toglie che il modello attuale della medicina non sia valido, anzi possiede il pregio di poter sviluppare strumenti potenti (i farmaci) che i medici possono utilizzare nei casi di effettivo bisogno: quello che non bisogna dimenticare è che esistono tante altre dimensioni del disagio psichico che difficilmente sono alla portata del farmaco: per questo si rende necessario un modello di interpretazione dello stesso che ne valuti le varie componenti non come mondi a se stanti ma come parte dello stesso sistema cioè dell'essere umano in fase di difficoltà.