Nuove idee sulla prevenzione e il recupero degli infortuni
Vantaggi del MA nel potenziamento delle funzionalità degli arti inferiori
MA e riabilitazione globale: un approccio sistemico
Migliorare il riposo e il recupero
Effetti del cannottaggio sulla schiena
Psicofarmaci
Svezzare
Nutrirsi
Emissione Vocale
Stress: si può e si deve combattere
Sogni
Camminare
Standard e aspettative
Discorsi sul benessere
Qualche giornata con i bambibi di Chernobyl
Le mode del mondo del Fitness
Elementi di pedagogia primitiva
L'apprendimento
Pensiero primitivo e handicap
Vita primitiva: Homo Homini Homo

SVEZZARE
di Massimo Mondini

Un recente sondaggio sembrerebbe dimostrare che le donne Europee, ed in particolar modo le Italiane, eviterebbero la maternità poiché intimorite non solo dal carico supplementare di impegni che questa comporta ma anche dall'ipotesi di trovarsi ad affrontare i nuovi obblichi in solitudine e senza supporto da parte dell'uomo. Figliare, attualmente, sembra essere una delle impresepiù gravose ed ingrate che una persona possa aver la follia di tentare… ma è proprio necessario che sia così?
Già pochi secondi dopo la nascita, la capra di montagna riesce non solo a stare sulle proprie quattro zampe ma anche a saltare da una roccia all'altra, su piani instabili e scoscesi: è uno spettacolo veramente affascinante osservare come la capretta, forse non ancora consapevole di essere venuta al mondo, riesca a organizzare così rapidamente la propria motricità ed, in tal modo, la propria autosufficienza, ancor prima della prima poppata. Nel mondo animale, gli esempi della straordinaria prontezza nell'adattarsi all'ambiente sono tanti quante sono le specie viventi: l'essere umano, per una serie di motivi che vedremo altrove, necessita di cure parentali assidue per un tempo decisamente maggiore rispetto a qualunque altro animale dipendendo dal nucleo famigliare per molti aspetti della propria esistenza. Nelle società primitive tutto ciò non rappresenta un problema: il carico di lavoro extra apportato dalla prole si distribuisce tra i vari membri della famiglia e, in molti casi, tra tutto il villaggio; spesso tra gli anziani si arriva a veri e propri "contenziosi" per accudire i bambini.
Al contrario, in un modello sociale come il nostro, le cure parentali possono incidere, anche gravosamente, sulla libertà individuale e sullo stile di vita del singolo e della coppia. Pertanto, prima di affrontare la vita da genitore, si soppesano attentamente varie questioni e ci si pongono infiniti interrogativi: innanzitutto la stabilità economica, quindi quella famigliare, poi si riflette sul proprio livello di evoluzione personale, chiedendosi se si è pronti per un passo del genere e per le responsabilità ad esso conseguenti, insomma si valutano i pro e i contro e ci si domanda se il piacere che l'eventuale prole ci potrà dare sarà proporzionato alle fatiche necessarie per accudirla. Si dà quasi per scontato che non si potrà più fare la "bella" vita di prima; un mesto addio alle gioie della spensieratezza per tentare di strutturare un senso di responsabilità che ci supporterà in questa grande avventura.
Fare i genitori è quindi molto difficile; ma è proprio necessario "fare" i genitori?
I bambini hanno una necessità di presenza del genitore molto minore di quanto normalmente gli adulti pensino e tale necessità tende a diminuire parallelamente alla crescita dello stesso, fino a divenire realmente esigua. La presenza del padre e della madre è ovviamente fondamentale per lo sviluppo emotivo ma è importante rammentare che, di tale bisogno, la percezione del bambino è differente rispetto a quella del genitore: al bambino fondamentalmente interessa il senso di sicurezza che la presenza di uno o più adulti amici riesce a infondere; la possibilità di veder soddisfatte le proprie esigenze fisiche (nutrizione, spostamenti, ecc) e mentali (gioco, confidenza, ecc). Saper percepire tali stati di risorsa, grazie non solo alla compagnia dei genitori ma anche a quella di altri adulti, è una abilità che il bambino apprende molto semplicemente e naturalmente: spesso il genitore dimentica che l'essere umano apprende in continuazione e che le "necessità educative indotte" sono in realtà molto minori di quanto si creda: nella nostra società molti genitori vivono una sorta di eccesso di responsabilizzazione che non produce niente di buono per nessuna delle controparti, apportando una fonte di stress inutile e improduttiva per tutti i membri della famiglia. I genitori debbono innanzitutto rendersi conto che, sebbene possono fare moltissimo per la formazione dei figli, non possono certo far tutto; non sarebbe né possibile né opportuno riempire, o cercare di farlo, ogni aspetto della vita del bambino: non sono tenuti a pensare e a provvedere ad ogni aspetto dell'educazione, della salute e della sicurezza dei figli; altrimenti delusioni, frustrazioni, sensi di inadeguatezza e fallimento sono inevitabili, così come sono inevitabili successive inibizioni e scompensi nei figli.
Uno dei principi della comunicazione che ritengo più veri è che l'educatore (padre, madre, parente, professionista, ecc,) non "dà", in termini formativi, ciò che vuole dare o che crede di dare; in realtà può dare solo ciò che è. Se si tenta di imporre, con l'educazione o con stratagemmi pedagogici, valori e comportamenti che non appartengono, non si può che creare confusione ed insicurezza. Il compito dei genitore è quello di creare, per quanto possibile, un ambiente familiare sereno: se i dialoghi tra i genitori sono distesi e sinceri, il bambino acquisirà capacità di espressione e di confronto con gli altri; ciò gli si imprimerà molto più profondamente che un principio enunciato e imposto anche fino alla nausea. Se in casa il dialogo scarseggia o è ipocrita… apprenderà senza meno.
L'essere umano apprende in continuazione…. Anche ciò che sembra solo essere osservato distrattamente entra invece molto profondamente nei propri modelli comportamentali. Non bisogna quindi preoccuparsi di educare ma solo di "essere educati" ma forse è ancora più difficile. Non ci si deve nemmeno preoccupare di essere modelli di perfezione, tutti fanno errori; è anzi importante vedere (e quindi imparare) che agli errori si sopravvive, che c'è sempre modo di rimediare e di trarne un insegnamento.
Per tutti gli adulti, è fondamentale imparare a non sottovalutare le risorse dei più piccoli; non si dimentichi ogni apprendimento avviene mediante un'esperienza soggettiva e come tale possiede delle peculiarità che non possono essere imposte. Sono tantissimi gli esempi di esperimenti in cui i bambini, lasciati liberi di esprimere le proprie potenzialità, hanno sorpreso insegnati ed educatori.

Uno dei più significativi è forse quello della scuola di Summerhill:
"Summerhill è la scuola, frequentata da ragazzi dai cinque anni fino a quindici o sedici che generalmente provengono da paesi stranieri, fondata nel 1921 nelle vicinanze di Leiston (a cento miglia da Londra) da Alexander Neil e da sua moglie. Gli alloggiamenti sono in base all'età e ad ogni gruppo è preposta un'assistente, però oltre a non subire alcuna ispezione alle camere nessuno li sorveglia, vengono lasciati cioè completamente liberi di fare quello che desiderano. Le lezioni sono facoltative, i bambini possono frequentarle o farne a meno, anche per anni, se così desiderano; esiste un orario ma vale solo per gli insegnanti.
Quelli che iniziano il loro iter di studi direttamente a Summerhill seguono regolarmente le lezioni, quelli che invece provengono da altre scuole giurano di non frequentare mai più lezioni. Giocano e si dedicano ad altre attività; il periodo necessario a superare questa fase è in media di tre mesi.
A Summerhill i bambini sanno che il loro modo di agire viene rispettato, e tutti hanno gli stessi diritti; fanno amicizia con gli sconosciuti più facilmente se non sanno cosa sia la paura. Lo scopo della vita secondo Neil è la felicità, ed essere felici significa provare interessa per qualcosa. L'educazione dovrebbe preparare alla vita, in ciò la nostra cultura non ha avuto molto successo. La nostra educazione, la politica, l'economia portano alla guerra. Le nostre medicine non hanno vinto le malattie, la religione non ha abolito i furti e l'usura. I libri, a scuola, sono la cosa meno importante; un bambino deve solo saper leggere, scrivere e far di conto, il resto deve essere tutto teatro, giocattoli, creta, pittura, sport, libertà."
Adattato da A. Neil, "I ragazzi felici di Summerhill", edizioni Red Ciò che l'esperienza di summerhill ha dimostrato è l'immenso valore educativo della libertà di scelta nonché della vita comunitaria. Durante le varie fasi della crescita è necessario essere frequentemente a contatto coi propri coetanei e tale aggregazione dovrebbe essere spontanea, atematica e, per quanto possibile, priva di supervisione. Nel contesto urbano attuale sono purtroppo sempre più rare le occasioni in cui i bambini possono godere liberamente di tali opportunità: i genitori si preoccupano, giustamente, della sicurezza del figlio, pertanto non lo lasciano a sé stesso nemmeno un ora al giorno. Nei paesi di dimensioni minori, soprattutto se lontani dalle vie di traffico, i bambini possono ancora incontrarsi per giocare nei prati, nel cortile dell'uno o dell'altro… insomma trovare il modo di passare il pomeriggio con giochi, esplorazioni, e soprattutto imparando a gestire relazioni senza percepire costantemente la supervisione di un adulto. Il gioco è l'elemento formativo per eccellenza; dovrebbe quindi essere più spontaneo ed improvvisato possibile: nel contesto del gioco si sviluppano numerose occasioni per esercitare la comunicazione, l'inventiva e la creatività ed è quindi bene che, almeno di tanto in tanto, si verifichino anche situazioni difficili da gestire che richiedano al bambino una certa flessibilità comportamentale. Se, ad esempio, non si apprende da piccoli ad evitare le angherie del prepotente della situazione, sviluppando strategie e comportamenti adatti, si perde un importante occasione di confronto con un tipo di realtà esterna, certamente spiacevole, ma che purtroppo si verifica varie volte nella vita. Si impara a coinvolgere nel gioco anche il bambino più lento, o quello che se ne sta in disparte; a rispettare un po' le esigenze di tutti perché si sa che domani si rivedranno le stesse facce.

Un altro concetto importante sia per la formazione del bambino sia per "l'alleggerimento" del carico dei genitori è dato dalla necessità del bambino di relazionarsi serenamente e con una certa continuità a più adulti: in questo senso, le famiglie allargate tipiche delle realtà rurali, costituiscono un ambiente quasi ideale; non solo i bambini crescono insieme a tanti fratelli e cugini, ma sono anche spesso a contatto con genitori, zii e nonni. Apprendendo (anche) per imitazione di modelli, o modellamento, l'essere umano dispone di tante più risorse quanti più sono i modelli da cui può apprendere. Un modello relazionale unico (madre e padre) per quanto possa essere manifestazione di un rapporto positivo, amorevole e ricco di aspetti comunicativi sia tra i genitori stessi sia nei confronti del figlio, sarà sempre e comunque un modello unico, costituito da schemi ben precisi, perfettamente funzionali in questo determinato contesto ma del tutto carenti in altri. La figura degli zii è, a mio avviso, particolarmente importante tanto per fornire modelli comportamentali diversi quanto per chiarire e "ridimensionare" la figura del genitore: un riferimento virile o femminile differente ma percepito come altrettanto "lecito" e degno di modellamento. Presso molte culture primitive, i bambini chiamano "zio" o "zia" ogni membro adulto della comunità, ad indicare il legame di fratellanza tra i membri della comunità stessa e, non di meno, il livello di confidenza tra bambini e adulti. In alcune civiltà orientali, l'appellativo "zio" indica invece un alto grado di stima e rispetto ed è utilizzato anche per persone esterne alla famiglia. Purtroppo nelle famiglie condominiali ristrette della nuova Italia a crescita zero non solo scarseggiano i legami di parentela ma spesso, a causa dell'attuale modello di vita, i rapporti tra gli adulti sono adulterati, tendenti al formalismo, o addirittura apertamente conflittuali; i nuclei famigliari sono piccoli, spesso i genitori stessi tornano a essere "single", il figlio unico, tra il corso di karate e quello di pianoforte percepisce, e acquisisce, tutta la drammatica insicurezza dell'esistenza.